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Lunedì 10/02/2014

LA NUOVA DISCIPLINA DEL PIGNORAMENTO PRESSO TERZI

La legge di Stabilità n. 228/2012, entrata in vigore il 1° gennaio 2013, ha apportato significative modifiche al codice di procedura civile prevedendo, tra le altre, nuove norme dedicate all’esecuzione forzata, con particolare riferimento alla regolamentazione del pignoramento presso terzi, con il manifesto scopo di semplificare e accelerare la stessa.
Nel pignoramento presso terzi il creditore procedente deve individuare almeno genericamente le cose o le somme dovute dal terzo al proprio debitore ed in seguito citare il debitore e, soprattutto, il terzo perché renda la dichiarazione relativa alla propria posizione. Tale dichiarazione, che qualora confermi l’affermazione del creditore procedente ha l’effetto di perfezionare il pignoramento e consentire l’assegnazione e la vendita del credito o del bene pignorato,  può essere resa sia in udienza sia (non però in tutti i casi) per iscritto tramite raccomandata a/r e, oggi, anche attraverso la posta elettronica certificata.
“Ritoccando” l’art. 543, II comma e l’art. 547 c.p.c. la nuova normativa inserisce, infatti, la previsione per cui nell’atto di pignoramento va inserito l'indirizzo di posta elettronica certificata del “creditore procedente” e   quella secondo la quale la comunicazione della dichiarazione del terzo pignorato di cui all’art. 547 c.p.c. (ove non si tratti di crediti per i quali è prevista la comparizione del terzo) potrà essere trasmessa anche a mezzo PEC e non più solo a mezzo raccomandata a/r.
Tuttavia, posto che il “creditore procedente” può essere anche una qualunque persona fisica, mentre l'obbligo giuridico di dotarsi di un indirizzo PEC riguarda professionisti, imprese e pubblica amministrazione, l’indirizzo di posta elettronica certificata deve intendersi riferito a quello del suo procuratore. La previsione in esame deve, dunque, considerarsi già implicita nel  testo previgente, dato che l’inserimento in ogni atto predisposto dell'indirizzo di posta elettronica certificata è già prevista dalla legge (art. 125, I comma, c.p.c.) e la comunicazione via PEC già considerata al pari di una raccomandata a/r.
La legge di Stabilità modifica, inoltre, la disciplina preesistente secondo cui nel caso in cui il terzo non rendeva la dichiarazione ovvero negava di essere debitore, il creditore procedente poteva iniziare un giudizio ordinario di cognizione avente ad oggetto l’accertamento del diritto di credito pignorato, il quale si concludeva con sentenza che, se favorevole al creditore procedente, consentiva la riassunzione del processo esecutivo. Lo scopo è quello di rendere residuale, per tutti i procedimenti iniziati dopo l'entrata in vigore delle modifiche, la necessità dell’instaurazione di tale giudizio di merito e, comunque di semplificarne l’attività istruttoria e decisoria, cancellando sia il giudizio di accertamento della sussistenza del bene o del credito del debitore presso il terzo, sia la conseguente sospensione del processo esecutivo per consentire tale accertamento.
La nuova disciplina contenuta negli artt. 548 e 549 c.p.c., distingue al riguardo due differenti ipotesi: rispettivamente quella della mancata dichiarazione del terzo e quella in cui il creditore contesti la dichiarazione resa dal terzo.
Nel primo caso, ossia la mancata dichiarazione del terzo, è poi diverso a seconda che si tratti dei crediti di cui all'art. 545 c.p.c., terzo e quarto comma (somme dovute a titolo di stipendio, salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento), con riferimento ai quali la mancata comparizione in udienza del debitor debitoris  rende il credito non contestato nell'ambito del procedimento esecutivo e consente, quindi, l'assegnazione o la vendita con provvedimento giudiziale, o se, invece, si tratti di crediti diversi da quelli previsti dall’art. 545 c.p.c. (laddove il debitor debitoris dovrebbe rendere la dichiarazione fuori udienza tramite comunicazione scritta). In questo secondo caso qualora il creditore procedente dichiari in udienza di non aver ricevuto la dichiarazione scritta del terzo, il giudice fissa con ordinanza da notificare al terzo una successiva udienza e, nel caso di rinnovata mancata comparizione (non è a questo punto più possibile rendere la dichiarazione scritta), il possesso del bene o il credito pignorato, nei termini indicati dal creditore, si considera non contestato e ciò consente l'assegnazione o la vendita con provvedimento giudiziale.
Tuttavia, come si legge, l’effetto della non contestazione è limitato ai “termini indicati dal creditore”.
Secondo una  prima lettura di questo inciso, quella più plausibile, la non contestazione produce i suoi effetti soltanto se l'individuazione del credito sia stata “precisa” e, pertanto, solo con l'esatta individuazione del rapporto credito-debito tra debitore e debitor debitoris,  perché se generica (come consentito dal n. 2 dell’art. 543 c.p.c.) non sarebbe possibile individuare l’oggetto del pignoramento. Questa interpretazione è però ritenuta troppo restrittiva perché renderebbe la norma applicabile soltanto ai casi in cui il creditore abbia non soltanto individuato il titolo del credito, ma lo abbia anche quantificato.
Di conseguenza si è cercato di dare all’inciso una spiegazione alternativa: se il terzo tace, la non contestazione opera nel senso che “il credito che sarà assegnato o venduto è quello nel limite massimo del credito per il quale si procede”. In tal senso sarebbe dunque plausibile un’incertezza sull'entità del medesimo, che non ostacolerebbe la procedura perché l'assegnazione avverrebbe fino a, e non oltre, la concorrenza del credito complessivo dell'istante.
In ogni caso, come si è visto,  il meccanismo della non contestazione ha come effetto quello di eliminare la necessità del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo quando questo non rende la dichiarazione richiesta. Tale previsione, oltre a velocizzare la procedura esecutiva, riduce indubbiamente  i casi di mancata risposta del debitore, dato il pregiudizio che gliene deriverebbe.
Occorre però soffermarsi, alla luce delle nuove disposizioni e, in particolare, in considerazione degli effetti della mancata dichiarazione come previsti dall’art. 548 c.p.c., sulla questione della sommarietà dell’accertamento nel caso di mancata dichiarazione del terzo. È concreto, infatti,  il rischio, insito nel meccanismo di “silenzio-assenso”, che si vada a ledere il diritto di un terzo estraneo, rilevandosi un rapporto inesistente tra due soggetti, pericolo che solo l’accertamento svolto nel corso di un giudizio a cognizione piena può scongiurare.
È vero che, ai sensi del comma III del nuovo art. 548 c.p.c.,  il terzo pignorato può utilizzare lo strumento dell'opposizione agli atti esecutivi, nelle forme e nei termini di cui all’art. 617, I comma, c.p.c., contro l'ordinanza di assegnazione, a condizione di provare “di non averne avuto tempestiva conoscenza per irregolarità della notificazione o per caso fortuito o forza maggiore”, ma è anche vero che la tempestiva conoscenza dell'ordinanza la renderebbe sostanzialmente e formalmente incensurabile. Né si riconosce, con il mero riferimento all'ordinanza di assegnazione, l'impugnabilità dei successivi atti di esecuzione.
Infine, l’ulteriore innovazione introdotta dalla legge 228/2012 tocca l'art. 549 c.p.c., il quale va a disciplinare l’ipotesi in cui la dichiarazione da parte del terzo venga effettuata, ma che su questa sorgano contestazioni. In tal caso il giudice dell'esecuzione, compiuti i necessari accertamenti, risolve tali contestazioni con ordinanza, la quale produce effetti ai fini del procedimento in corso e dell'esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione. Anche in questo caso è dato al terzo il rimedio dell’impugnazione dell'ordinanza di assegnazione nelle forme e nei termini di cui all'art. 617, comma 1, “se prova di non averne avuto tempestiva conoscenza […]”.
La differenza principale rispetto al vecchio sistema, nel quale l'accertamento del credito avveniva con sentenza, sta nel fatto che la nuova disciplina prevede che il giudice dell’esecuzione risolva le questioni sollevate con ordinanza, per cui l'accertamento avrà valenza squisitamente endoprocessuale rimanendo interno al processo esecutivo ed efficace solamente entro i suoi confini.

Giorgia De Zordo